Uno dei settori delle fonti rinnovabili che più anima il dibattito di questi tempi è certamente la filiera delle biomasse, in particolare i biocombustibili, ovvero carburanti di origine vegetale in sostituzione dei combustibili fossili, specialmente nel settore dei trasporti. I biocombustibili hanno certamente una serie di vantaggi. L’uso dei biocombustibili comporta una marcata riduzione delle emissioni di CO2, responsabili dell’effetto serra: il britannico Defra (Department of Environment, Food, Rural Affairs) stima che nel ciclo di vita di una tonnellata di biocombustibile si producono 0,9 tonnellate di CO2 contro le tre tonnellate prodotte da benzina e diesel. La CO2 rilasciata durante la combustione, infatti, è stata sottratta dall’atmosfera al momento della crescita del vegetale, avvenuta mesi e non milioni di anni prima. Tuttavia, a parte l’etanolo derivato da cellulosa, direttamente impiegabile come combustibile, il ciclo non è completamente chiuso per l’energia necessaria nel processo di trasformazione. I biocombustibili generano inoltre minori emissioni di monossido di carbonio, anidride solforosa e particolato rispetto alla benzina e al diesel.
Ma anche in questo caso la tecnologia non è la panacea di tutti i mali, viene in messa in mano agli uomini e sta a loro e alla loro sapienza impiegarla nel modo migliore. Pensare di sostituire, agli attuali e previsti futuri livelli di consumo, i carburanti fossili con i biocombustibili è difficile, se non impossibile. Il rischio, lanciato da Lester Brown, fondatore del Earth Polity Institute di Washington (filiazione del WorldWatch Institute da lui stesso fondato negli anni ‘70), è quello di mettere in competizione la produzione di derrate alimentari, che saranno già messe sotto pressione dai cambiamenti climatici, con quella di carburanti per trazione; o, detta in altre parole, gli oltre 6 miliardi di abitanti sulla terra con gli 800 milioni di veicoli circolanti.
In una nota del 3 novembre (Exploding U.S. Grain Demand for Automotive Fuel Threatens World Food Security and Political Stability, www.earth-policy.org), Brown mette in fila alcuni dati. Il primo è la produzione mondiale di cereali: quest’anno ammontava a 1.967 milioni di tonnellate, ma il consumo ha raggiunto 2.040 milioni di tonnellate: dunque il pianeta ha prodotto 73 milioni di tonnellate meno di quanto ha mangiato, e quel 4% di deficit è un record. Peggio: negli ultimi 7 anni, ben sei hanno registrato un deficit nella produzione di cereali, col risultato che le riserve mondiali sono scese al livello più basso degli ultimi 34 anni («l’ultima volta che questo è successo i prezzi del grano e del riso erano raddoppiati»). I consumi di cereali sono cresciuti però al ritmo di 31 milioni di tonnellate all’anno dal 2000 a oggi, di cui 24 milioni di tonnellate consumate come cibo o mangimi per animali (dunque, in definitiva, per il consumo umano sotto forma di carne, latte, uova, formaggi o salumi).
Allo stesso tempo però è esploso l’uso di cereali per produrre combustibili. Qui l’analisi di Brown si riferisce agli Stati uniti: parla di 54 nuove distillerie di etanolo messe in cantiere negli Usa tra l’ottobre 2005 e l’ottobre 2006. Tutte saranno in produzione per la fine dell’anno prossimo, e trasformeranno 39 milioni di tonnellate annue di granaglie (quasi tutto mais) in circa 4 miliardi di galloni di etanolo. Aggiunte ai 41 milioni di tonnellate già trasformate in etanolo nel 2005 nelle raffinerie esistenti, significa che alla fine del 2007 gli Usa trasformerannpo mais in carburante al ritmo di 80 milioni di tonnellate all’anno. Ed è stato «il mercato» a spingere in questa direzione, fa notare Brown: con il prezzo del petrolio ai livelli attuali, produrre etanolo come carburante per automobili è diventato un investimento redditizio.
Va detto che i biocombustibili non sono solo etanolo, che deriva dai cereali (diffuso specialmente negli USA e in Brasile, dove però è estratto dalla canna da zucchero), ma anche biodiesel (che deriva da una serie di coltivazioni che possono non essere in concorrenza con i fabbisogni alimentari, come la colza, la palma o il sorgo), anche se rimane comunque il rischio deforestazione per far spazio a queste colture (come succede già per l’olio di palma). Ad ogni modo ha ragione Brown quando sostiene che l’etanolo oggi copre appena il 3% del consumo di carburante per automobili negli Usa, e si potrebbe ottenere molto di più (a costi parecchio più bassi) aumentando l’efficenza delle automobili di un semplice 20%.
La ricetta quindi è un mix di tecnologia, politiche e comportamenti individuali: aumentare l’efficienza nell’uso delle risorse (auto che consumino di meno), impiegare tecniche agricole meno impattanti e più sostenibili (e qui la risposta sembra davvero essere l’agricoltura biologica) e consumare di meno (spostarsi con altri mezzi, usare razionalmente l’auto, adottare stili alimentari che riducano il consumo di prodotti ad alto impatto, come la carne, e via dicendo). E’ vero che la crescita dei biocombustibili potrebbe portare al paradosso di produrre per i serbatoi piuttosto che per le bocche. Ma oggi siamo già di fronte a paradossi del genere: nei paesi occidentali produciamo più cibo di quello che consumiamo, e poi lo distruggiamo. Quest’anno per la prima volta il numero di obesi (oltre un miliardo) supera quello degli affamati, con tutti i problemi di salute e di costi sanitari e sociali che ciò comporta.
La tecnologia da sola non ci salverà, e la rivoluzione verde è anche una rivoluzione personale.


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[...] un bilancio finale praticamente pari a zero NON contribuendo quindi all’effetto serra. Inoltre il britannico Defra (Department of Environment, Food, Rural Affairs) stima che nel ciclo di vita di …. Zolfo: sia gli alcoli che gli olii ne sono quasi completamente assenti eliminando il problema [...]
[...] un bilancio finale praticamente pari a zero NON contribuendo quindi all’effetto serra. Inoltre il britannico Defra (Department of Environment, Food, Rural Affairs) stima che nel ciclo di vita di …. Zolfo: sia gli alcoli che gli olii ne sono quasi completamente assenti eliminando il problema [...]