La situazione che si è venuta a creare in Campania circa lo smaltimento dei rifiuti non è da paese nè civile, nè tantomeno da paese del terzo mondo. Certamente il problema dei rifiuti è stato visto come tale, un problema appunto, ed è stato demandato all’organizzazione tutto sommato più efficiente sul territorio, la mafia. Sospendendo, per un secondo, ogni giudizio morale e legale, parrebbe quasi la scelta più logica. Invece dovrebbe essere visto come un’opportunità. Una grossa opportunità di sviluppo. In un approccio veramente ecologico ed economico (per la società) la successione di principi da applicare per la gestione dei rifiuti è quella che parte dal crearne il meno possibile (politiche di eco-design, riduzione di imballi, vendita di prodotti sfusi, ecc.), di riutilizzarli il più possibile (imballi a rendere, prodotti durevoli, scomponibili in componenti riutilizzabili, compost da rifiuto organico, ecc.), di riciclarli riutilizzando le materie prime (in nuove materie prime secondarie, in materie di riempimento, ecc.), di recuperarne per quanto possibile la parte energetica (non per forza con l’incenerimento, ma con il trattamento meccanico biologico ad esempio) in modo da ridurre veramente al minimo la parte da conferire in discarica.

Tutto questo significa investimenti, nuova occupazione e nuovi settori. In pratica, per gestire in maniera corretta i rifiuti, non esiste La soluzione, ma un insieme concatenato di azioni che portano all’impostazione di un sistema industriale in grado di reimmettere nel circuito quanto più materiale possibile e smaltirne il meno che si può. Alimentando una filiera che rende virtuosi i comuni che ottengono buone prestazioni in termini di raccolta differenziata, che offre l’opportunità alle aziende che lavorano nel settore del riciclaggio di avere materiali di qualità da utilizzare nei cicli di produzione e che mette la comunità tutta nelle condizioni di poter smaltire in sicurezza quello che rimane.

Invece in Campania - a parte alcune eccellenti eccezioni - non si fa raccolta differenziata e quindi men che meno si raccoglie la frazione organica contenuta nei rifiuti urbani a monte. Il problema dell’emergenza nell’emergenza di questi giorni, è però nel fatto di non avere adesso discariche dove collocare quei rifiuti, magari con minore quantità di sostanza organica al loro interno. In questo caso il trattamento meccanico biologico aiuterebbe molto; infatti è un processo attraverso il quale i rifiuti urbani vengono sottoposti a selezione e condizionamento meccanico e a degradazione biologica. E comprende un ampia gamma di differenti approcci tecnologici e gestionali adattabili ad altrettante situazioni locali. La fase meccanica può consistere in triturazioni, vagliature ed altre forme di selezione mirate al recupero di materiali vari (metalli, plastica, frazioni combustibili, ecc) e alla concentrazione della frazione organica che va sottoposta a successiva fase biologica che può essere: aerobica con produzione della cosiddetta Fos (frazione organica stabilizzata) o anaerobica (con produzione di biogas). In questo secondo caso si può poi convertire il metano ottenuto in energia termica o elettrica.Primi impianti di questo genere erano già presenti più di trent’anni fa a Roma e a Perugia ad esempio. Successivamente con l’implementazione delle raccolte differenziate e con l’avvio della raccolta dell’umido domestico a monte, si è optato per impianti di compostaggio cui inviare queste frazioni organiche per ottenere un compost di qualità. E gli impianti di trattamento meccanico biologico sono sempre più utilizzati per la selezione della frazione secca dall’umido residuo. Frazione che può poi essere destinata alla forma di smaltimento che si crede più opportuna e che, rispetto anche alla gerarchia comunitaria, che pone dopo il recupero di materia anche il recupero energetico nella filiera della gestione dei rifiuti, è in genere quella di impianti di incenerimento con recupero energetico. Ma che può essere anche la discarica, ammesso che le caratteristiche in termini di componente biodegradabile e di potere calorifico del materiale presenti, siano in linea con quanto previsto dalla direttiva discariche e quindi dal Dlgs. 36/03.
Tutto quello che si sarebbe dovuto fare in Campania e che non si è fatto, o che si è fatto male: a partire proprio dai sistemi di selezione che in questi anni di funzionamento (tra un sequestro e l’altro) hanno per adesso prodotto “solo” diversi milioni di ecoballe. Che non sono buone né per l’impianto di Acerra, e forse nemmeno per uno smaltimento in discarica. Ammesso che si trovi il sito dove realizzarla.


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